Il Castello di Torrechiara (II parte)

 

 

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Il tempo mantiene bene mi sono fermato a riposare un po’, non per stanchezza, è una sorta di “rituale” quello di fare delle brevi soste, mi fa sentire in sintonia con il bosco. Mi ritrovo avanti il letto del fiume, Jane ne approfitta e si disseta,

i piccoli rigagnoli da attraversare non sono un problema ma faccio attenzione comunque perché non mi va di bagnarmi. Attraversiamo tutto il letto del fiume, sparsi ovunque vi sono tronchi, rami e addirittura alberi sradicati interi. Credo che sarebbe una cosa buona approfittare di questi momenti per “ripulire” il fiume e ne verrebbero fuori quintalate di legna buona da ardere.

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Mentre Jane continua nella sua azione di disturbo nei confronti dei fagiani ecco di nuovo il castello, più vicino e bello ed imponente; ci dividono ancora un bosco, una strada ed una scarpinata tutta in salita in cui ho appuntamento con la mia compagna. Ci lasciamo dietro l’immensa pietraia di cui è composto il letto del fiume ed entriamo in questo bosco. Ci sono alberi davvero grandi ricoperti di edera, anch’essa con radici di notevoli dimensioni che è capace di raggiungere superando anche i duecento anni di età. Per questo motivo possiamo dire senza smentita che questo bosco è davvero vecchiotto e che probabilmente gli alberi più anziani sono cresciuti all’ombra di quelli che hanno visto passare le carrozze che portavano  la bella Bianca  scortata dai suoi cavalieri ed il baldanzoso Pier Maria Rossi a cavallo di uno splendido destriero.

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I boschi non sono tutti uguali, hanno un’anima e vissuti differenti, anche se sono geograficamente vicini hanno una coscienza diversa, alcuni sono accoglienti altri ostili ed un bosco ostile perché arrabbiato può diventare pericoloso. E questo lo è. Chiamo a me Jane e proseguiamo, qualcosa attira la mia attenzione, è un grosso topo da film horror, non sembra spaventato ma tiene d’occhio Jane poi riprende la sua attività che è quella di rovistare in un mucchio di  rifiuti abbandonati di nascosto perlopiù di origine edile. Mi fa rabbia vedere questi scempi,  plastica, tegole rotte, vecchi secchi e tanti detriti che attirano animali indesiderati che nulla hanno a che fare con quelli del bosco. Non faccio in tempo a pensare altro perché un rumore assordante mi fa diventare gelatinoso il sangue. Chiamo Jane che ha il pelo rizzato come le orecchie ed i denti in mostra minacciosa, ed ecco compaiono i mostri, i veri mostri del bosco, due imbecilli su moto da cross. Ci passano davanti senza curarsi di nulla, uno dei due si gira per guardarci e prende una bella “slappata” sul casco da un ramo più basso e flessibile, rischia di cadere ma riesce a mantenere in piedi la moto. Credo che si sia spaventato, il bosco si è vendicato ed ora comprendo il perché della sua rabbia, e i due spariscono insieme al loro disturbante frastuono.dNNFEEE6K6R6XY

Scatto qualche foto, ora la salita comincia a diventare più importante, credo di essere a buon punto ma ecco che si presenta un imprevisto. Il piccolo sentiero si ferma davanti ad un recinto. Dentro non c’è nulla, non vi sono cartelli della Forestale ma è certo che vi vengono tenuti degli animali di tanto in tanto.

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Non ho voglia di tornare indietro e cerco un’altra strada e questa il bosco me la fa pesare un po’ salata ma va bene così. Ecco, ci siamo, sento il rumore delle auto. Esco fuori, mi volto per dare un’occhiata al bosco che mi sono lasciato dietro  e con lui so che non finisce qui, ci rivedremo ancora. Do un’occhiata al mio “tricorder”, è così che vedo il mio smartphone: ricordate quell’aggeggio diabolicamente affascinante che veniva utilizzato dall’equipaggio di Star Trek?

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Insomma, tra una cosa e l’altra sono più di sei ore che cammino ed ora che sono davanti ad un parcheggio (quello del castello) intorno è tutto da favola, anche la lunga e ripida salita che porta su al castello. Ops! Ora che ci faccio caso avevo detto che avrei testato del materiale acquistato al Decathlon e questa mattina (ore 5.00) ho calzato le scarpe della Solognac ed il piccolo zainetto da 10 litri della Quechua. Con queste scarpe sono passato davvero ovunque, asfalto, sterrato, bosco dal terreno fangoso a quello più tosto cosparso di radici di ogni genere, senza contare il terreno più ostico: il letto del fiume (Parma). Non posso crederci, sto per scarpinarmi ancora una salita ed una girata, che con il ritorno saranno almeno 3 km, e non mi sono accorto dei miei piedi. Non mi fanno male, niente vescichette ed anche le scarpe non sembrano essere state così strapazzate e, francamente, se vi serve una scarpa che vada bene per passeggiare in situazioni come un parco, un bosco o per scarpinate avventurose fateci un pensierino. Il prezzo è da paura: poco più di 10 euro. Ora non credo ci sia altro da aggiungere. Lo zainetto … che dire? Ha resistito a spine di ogni genere, le cerniere hanno retto dignitosamente al carico non proprio soft che ha dovuto sopportare e questo lo trovate a meno di 3 euro!

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Ma torniamo a noi. Eccoci su finalmente e qui consapevolizzo che il castello non è l’unica cosa bella qui ma esiste anche un  piccolo “fantasticissimo” borgo. Se vi trovate a Parma non perdetevi questo luogo. Il borgo è stupendo, vivo, c’è un piccolo Ristorante Bar, in cui potrete fare un aperitivo con uno scenario che non teme confronti con altri più blasonati sulla carta dei siti storici.

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Ed il panorama? Semplicemente da mondo della magia e non perdiamo di vista che siamo in provincia di Parma, che da un punto di vista gastronomico  è un valore aggiunto per cui, prima di entrare nel castello un generoso Lambruschino e tre/sette (se non mettiamo limiti) “gemme” di Parmigiano e per non farci mancare nulla qualche fettina di “prosciuttazzo” e salame di Felino naturalmente.

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To be continued …

Antony

16 risposte a "Il Castello di Torrechiara (II parte)"

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