Aborigeno urbano

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Salve a tutti, su cosa mettere in uno zaino per una escursione ognuno di noi ha sicuramente una lista più o meno personalizzata, pensata, stilata e studiata con cura e massima attenzione. Chi ha fatto e fa campeggio tradizionale sa quanto è lunga e “pesante” questa lista di materiali, posateria, alimenti, indumenti, diverse paia di scarpe, tutto quello che servirà per cucinare, bombole di gas, griglie, vasetti contenenti sale, zucchero, caffè, sacchi a pelo, materassini, corde varie e la tenda o le tende sufficienti per tutta la famiglia, e mancano ancora tantissime cose.

Se si parla, invece, di campeggio essenziale questa famosa lista si riduce drasticamente, il pentolame diventa un pentolino, qualche capo di abbigliamento impermeabile e non, un kit di primo soccorso, qualche busta di minestre liofilizzate, un kit per il fuoco, uno smartphone con gli accessori necessari, torcia e batterie, il nostro coltello o i nostri coltelli, se siamo tra coloro che si portano dietro una lama fissa ed un chiudibile, e qualcos’altro.

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A seconda di quella che è la nostra esperienza e capacità il nostro zaino peserà un po’ di più o un po’ di meno ma tre o più giorni per quanto si cerchi di ridurre riempiono lo zaino e se sappiamo che nelle vicinanze non troveremo uno spaccio in cui poter comprare qualcosa o non ci sono capanni o baite che si posso utilizzare la faccenda diventa seria. La situazione diviene ancora più seccante se abbiamo deciso di trascorrere questi tre o più giorni in campeggio itinerante, che significa che vi saranno almeno un paio di siti da visitare e nei quali trascorrere un po’ di tempo compreso il pernottamento. In questo caso uno zaino più leggere è veramente desiderabile.

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Spesso da solo con la mia cucciola a quattro zampe mi son chiesto cosa metterebbe un aborigeno australiano o uno yanomami nel suo “zaino”, piuttosto che i leggendari nativi americani. ebbene loro hanno tutti una cosa in comune: una sbalorditiva conoscenza del luogo, delle piante e degli animali.

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Sono stato in Australia e gli amici aborigeni che ho visto, purtroppo, sono solo l’ombra di quello che erano un tempo, i più sono più interessati all’alcool che non alle loro tradizioni ma l’Australia è davvero vasta ed esistono ancora comunità che vivono come 40000 mila anni fa. Quali oggetti portano con loro quando per motivi (chiamiamoli) religiosi si allontanano per settimane dal loro nucleo familiare? La risposta è: praticamente nulla! vestiario zero, cibo e acqua? No, non servono, considerato che sanno esattamente dove troveranno una pozza d’acqua anche se nascosta da piante o addirittura terreno, niente kit di alcun genere, per il fuoco sanno utilizzare efficacemente corteccia d’albero ed uno stecco secco, per il primo soccorso interviene ancora madre natura, masticano qualche radice o erba ed ecco un unguento cicatrizzante; niente scarpe o cappello e neppure lame d’acciaio, tecnicamente sono in grado di realizzare ogni cosa gli serva utilizzando il materiale che è intorno a loro, lance con punte semplicemente indurite su una fiamma o con una pietra dura sistemata con resina ed erba intrecciata, coltelli realizzati con osso o, addirittura, conchiglie e la loro efficienza è così elevata che l’esercito australiano ha, ormai da molti anni, formato un reparto composto da alcuni aborigeni e australiani che hanno appreso queste tecniche e che per settimane pattugliano invisibili le zone ritenute a rischio per l’immigrazione clandestina. Inutile dire che sono rimasto affascinato da questi uomini che solo dalla corteccia di un albero ne ricavano un’imbarcazione salda ed efficiente.

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Ogni volta che sono per boschi cerco di apprendere i segreti che il bosco nasconde agli occhi di chi, per via della vita che conduciamo, non riesce a vedere. E nel mio piccolo mi sento un po’ come loro, quando sul fuoco non metto il pentolino con un po’ d’acqua da scaldare per preparare una minestrina bensì un bel “cefalozzo” o una trota catturata da me. E quando il mio pasto è fatto di frutti come noci, nocciole e more, funghi o una pannocchia di mais, come in questa stagione, mi ricordo di un ragazzetto che in vacanza adorava stare fuori fino a sera, partendo dalle campagne massafresi percorreva le gravine fino al mare e mangiava quello che trovava: fichi, pere, gelsi, meloni, pagnotelle (una sorta di cetriolo locale che invece di essere lungo come quello classico è più arrotondato e da qui deriva il suo nome pagnotella); grazie alla lenza ricavata all’arrangio da quelle professionali dei miei zii non mancava mai il pesciotto ma anche ad andar male non mancavano comunque cozze, ricci, telline, noci di mare e, quando la fortuna mi voleva premiare, a finire sul fuoco acceso con dei fiammiferi era lo “scarpone”, eh no, non è quello che state immaginando voi, è una buonissima seppia di buone dimensioni!

Ancora oggi desidero quell’equilibrio uomo – natura e quando vado in giro mi sento e mi immedesimo un po’ in un aborigeno piuttosto che un Kayowa. Sogno troppo? Forse si ma se togliamo questi piaceri ad un’escursione tanto varrebbe stare a casa a guardare un documentario, non credete? Buon percorso a tutti!

Antony

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